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Cemento e calcestruzzo: norme, impianti e sostenibilità alla prova del cambiamento

In un dialogo ricco di spunti, l’ing. Giuseppe Marchese – CEO di Sustaindigit – affronta con Ingenio i grandi cambiamenti che attendono il mondo del calcestruzzo. Innovazione, sostenibilità e digitalizzazione impongono una revisione della normativa: serve un modello prestazionale, capace di valorizzare competenze e tecnologie lungo l’intera filiera. Un’intervista che guarda al futuro del costruire.

Come Editore di INGENIO, ho avuto il piacere di confrontarmi con l’ing. Giuseppe Marchese CEO di Sustaindigit, e figura con lunga esperienza tecnica e manageriale nel settore del calcestruzzo.

In un periodo storico in cui l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione dei processi e la crescente attenzione alla sostenibilità stanno trasformando rapidamente il comparto delle costruzioni, si avverte l’esigenza di un adeguamento normativo che guardi oltre il mero rispetto di parametri prescrittivi, verso un approccio prestazionale più flessibile e capace di valorizzare la ricerca e l’innovazione.

L’obiettivo di questa intervista è comprendere come traghettare la normativa sul calcestruzzo in un futuro che richiede soluzioni sempre più evolute in termini di durabilità, sicurezza e riduzione dell’impatto ambientale. Abbiamo discusso di responsabilità condivise lungo l’intera filiera, di governance della conoscenza, di digitalizzazione e di formazione specializzata come elementi cardine di questo cambiamento.

Di seguito, riporto integralmente le domande e le risposte dell’ing. Giuseppe Marchese.

 

Qualità, impianti, mercati: la sfida del calcestruzzo tra norma, innovazione e confronto europeo

Intervista a Giuseppe Marchese sulle prospettive del settore tra prestazioni, impianti e sfide internazionali

Andrea Dari:
Oltre il dosaggio minimo: è davvero possibile una svolta culturale nel settore del calcestruzzo?

Giuseppe Marchese:

La vera resistenza al cambiamento è culturale, non tecnica. L’approccio prescrittivo ha creato zone di comfort con responsabilità ben definite, mentre quello prestazionale richiede una ridistribuzione dei ruoli lungo la filiera.

I produttori di cemento temono minori profitti, i progettisti mancano di formazione specifica e gli organismi normativi mantengono un atteggiamento prudente verso i produttori di calcestruzzo, limitando la diffusione dell’approccio prestazionale.

Nei mercati più evoluti (Nord Europa, America, Asia) questa transizione è già avvenuta, con sistemi di certificazione avanzati e figure professionali riconosciute, come il mix-designer in Germania.

La svolta è possibile, ma richiede un ecosistema collaborativo con condivisione di conoscenze e responsabilità. Paradossalmente, la tradizione di eccellenza ingegneristica italiana ci ha ancorati a modelli obsoleti.

Serve una governance della conoscenza che integri laboratori, università, produttori e progettisti, supportata da investimenti in R&D comparabili ai leader internazionali, per ottenere calcestruzzi più durevoli, sostenibili ed economici nel ciclo vita delle strutture.

 

Andrea Dari:
Il ruolo del progettista: vincolo o opportunità?

Giuseppe Marchese:

Il progettista strutturale nell’approccio prestazionale diventa un vero e proprio architetto della materia. È un’opportunità straordinaria per riportare il calcestruzzo al centro dell’innovazione progettuale. Lo scenario ideale vedrebbe il progettista definire le prestazioni realmente necessarie in funzione delle condizioni ambientali e strutturali specifiche, mentre il produttore con la sua competenza tecnologica potrebbe effettivamente fare la differenza in termini di sostenibilità e economica circolare.

Questo cambio di paradigma trasformerebbe il dialogo tra progettazione e produzione da una semplice trasmissione di specifiche a una co-progettazione del materiale. Il progettista non sarebbe più vincolato a ricette predefinite ma potrebbe esprimere esigenze funzionali, aprendo la strada a soluzioni innovative. La mia esperienza in Francia ha dimostrato come questo approccio possa generare soluzioni tecniche più efficienti e sostenibili.

 

Andrea Dari:
Cementi di importazione: quale impatto sulla qualità e sulla filiera italiana?

Giuseppe Marchese:

I cementi d’importazione rappresentano una realtà complessa, non riducibile a semplici considerazioni di prezzo. La globalizzazione del mercato dei leganti ha portato benefici in termini di competitività, ma ha anche introdotto variabili di qualità che richiedono maggiori controlli.

La vera sfida non è la provenienza del cemento, ma la trasparenza della sua caratterizzazione prestazionale. Un cemento d’importazione con adeguata certificazione e caratterizzazione completa può offrire prestazioni equivalenti o superiori a prodotti nazionali. Il problema sorge quando mancano informazioni complete sulle caratteristiche chimico-fisiche o quando la caratterizzazione è insufficiente.

La filiera italiana deve evolversi verso un sistema di qualificazione basato su parametri prestazionali verificabili, indipendentemente dall’origine del materiale. In questo contesto, la digitalizzazione della supply chain e la tracciabilità dei materiali diventano strumenti essenziali per garantire qualità e trasparenza.

 

L'Ing. Giuseppe Marchese - CEO di Sustaindigit

 

Andrea Dari
Impianti di produzione: la conformazione attuale è pronta per l’approccio prestazionale?

Giuseppe Marchese:

Il parco impianti italiano è estremamente eterogeneo e riflette la frammentazione del mercato. L’approccio prestazionale richiede impianti capaci di maggiore flessibilità produttiva (più silos più tramogge e cisterne di additivi) ma anche sistemi di controllo più sofisticati. Le principali aree di intervento includono:

  • Sistemi di dosaggio più precisi e versatili, in grado di gestire una gamma più ampia di componenti;
  • Implementazione di sistemi di monitoraggio in continuo delle caratteristiche del calcestruzzo fresco;
  • Upgrading dei sistemi di controllo qualità con tecnologie predittive;
  • Digitalizzazione completa dei processi produttivi per garantire tracciabilità e ripetibilità

Gli investimenti necessari sono significativi, ma possono essere modulati in un piano di transizione progressiva. Dalla mia esperienza come amministratore delegato di importanti business unit del settore in Italia e Francia, so che la vera sfida non è tecnologica ma organizzativa: bisogna integrare questi sistemi in una nuova cultura produttiva orientata alle prestazioni e non alla conformità formale.

 

Andrea Dari:
Formazione e competenze: abbiamo le persone giuste per questo cambiamento?

Giuseppe Marchese:
Il fattore umano è decisivo nella transizione verso l’approccio prestazionale. Attualmente, il settore soffre di una carenza di competenze interdisciplinari: tecnici in grado di comprendere sia gli aspetti progettuali che quelli produttivi sono rari. La formazione accademica tende ancora a separare nettamente questi ambiti.

Serve un nuovo profilo professionale: il “tecnologo del futuro”, una figura che integri competenze di chimica dei materiali, ingegneria strutturale e processi produttivi. Questo richiede un ripensamento dei percorsi formativi universitari e lo sviluppo di programmi di formazione continua per i professionisti già attivi.

Sulla base della mia esperienza posso dire che i paesi che hanno adottato con successo l’approccio prestazionale hanno investito significativamente in programmi di formazione mirati. In Italia, questo aspetto è stato finora sottovalutato, creando un gap di competenze che rappresenta oggi uno dei principali ostacoli al cambiamento.

 

Andrea Dari:
Confronto con la Francia: cosa possiamo imparare?

Giuseppe Marchese:

La Francia ha adottato l’approccio prestazionale con maggiore decisione, supportata da un sistema normativo più coerente (vedi RE2020)1 da una struttura di mercato adeguata (vedi Ecoergonismi)2. Lavorando in entrambi i contesti, ho potuto osservare alcune differenze fondamentali:

  • In Francia, esiste una maggiore integrazione tra ricerca, normativa e industria. I laboratori di ricerca hanno un ruolo attivo nella definizione delle soluzioni tecniche e nella loro validazione;
  • Il sistema francese ha investito maggiormente nella formazione di tecnici specializzati e nella diffusione di strumenti di supporto alla progettazione prestazionale;
  • La normativa francese è più flessibile e orientata agli obiettivi, mentre in Italia tendiamo a privilegiare approcci prescrittivi dettagliati.

L’Italia potrebbe beneficiare particolarmente dell’esperienza francese nel campo della sostenibilità, dove l’approccio prestazionale ha permesso di introdurre più rapidamente soluzioni a basso impatto ambientale.

 

Andrea Dari:
Materiali innovativi e sostenibilità: opportunità o rischio?

Giuseppe Marchese:
L’innovazione nei materiali rappresenta la più grande opportunità per il settore e la chiave per affrontare le sfide ambientali. L’approccio prestazionale è l’unico che permette di integrare efficacemente nuovi materiali come le aggiunte minerali, gli aggregati riciclati, i nuovi additivi e anche innumerevoli sottoprodotti di altri processi industriali che possono fornire al calcestruzzo caratteristiche di eccellenza.

La conciliazione tra innovazione e durabilità passa attraverso tre elementi chiave:

  • Metodologie di test accelerate ma affidabili per valutare la durabilità a lungo termine;
  • Sistemi di monitoraggio in opera per verificare le prestazioni nel tempo;
  • Approccio ingegneristico basato sull’analisi del ciclo di vita completo

I cementi a basso contenuto di clinker, gli aggregati riciclati e le nuove generazioni di additivi non sono solo una necessità ambientale ma un’opportunità per migliorare le prestazioni. La vera sfida è integrare questi materiali in un sistema di qualificazione che ne garantisca l’affidabilità nel tempo.

  

Andrea Dari:
Controlli e certificazione: il prestazionale è più rischioso?

Giuseppe Marchese:
L’approccio prestazionale non è intrinsecamente più rischioso, ma richiede un sistema di controllo diverso. Invece di verificare la conformità a una ricetta predefinita, dobbiamo verificare il raggiungimento delle prestazioni richieste.

Questo implica:

  • Maggiore enfasi sui controlli;
  • Sviluppo di metodi di prova orientati alle prestazioni reali e non a parametri indiretti;
  • Implementazione di sistemi di tracciabilità digitale lungo tutta la filiera;
  • Certificazione delle competenze degli operatori oltre che delle caratteristiche dei materiali

La mia esperienza mi porta a credere che un sistema di controllo basato sulle prestazioni finali sia in realtà più affidabile di uno basato sulla conformità formale a prescrizioni che potrebbero non garantire le prestazioni attese nelle condizioni specifiche di utilizzo.

 

Andrea Dari:
Il cliente finale: è pronto a comprendere la differenza?

Giuseppe Marchese:
Il mercato italiano del calcestruzzo soffre ancora di una visione del prodotto come commodity, dove il prezzo è spesso l’unico fattore di scelta. Questo è il risultato di decenni di approccio prescrittivo che ha standardizzato il prodotto, riducendone il valore percepito.

La valorizzazione commerciale del calcestruzzo prestazionale richiede un cambiamento nella comunicazione del valore. Dobbiamo passare da un discorso tecnico basato su classi e dosaggi a un linguaggio di benefici e prestazioni. In particolare, dobbiamo enfatizzare:

  • Il costo del ciclo di vita completo, non solo il costo iniziale;
  • I benefici in termini di sostenibilità e impronta ambientale;
  • Le prestazioni aggiuntive come la resistenza al fuoco, l’isolamento acustico, l’inerzia termica, l’Autoriparazione, l’Adattabilità alle nuove tecnologie (stampa 3D), la resistenza agli eventi estremi, la Compatibilità con materiali innovativi;
  • La flessibilità progettuale e architettonica

La mia esperienza in Francia dimostra che clienti più informati sono disposti a riconoscere un premium price per soluzioni prestazionali, soprattutto quando queste offrono vantaggi tangibili in termini di sostenibilità o durabilità.

 

Andrea Dari:
Semplificare senza banalizzare: quale norma per quale futuro?

Giuseppe Marchese:
ll settore necessita di una norma che sia sia tecnica che culturale. Serve un approccio normativo che definisca obiettivi prestazionali chiari lasciando libertà sui mezzi per raggiungerli. La norma ideale dovrebbe:

  • Definire un quadro di riferimento per le prestazioni attese nelle diverse condizioni d’uso;
  • Fornire metodi di prova affidabili per verificare le prestazioni;
  • Stabilire processi di qualificazione e controllo senza imporre soluzioni specifiche;
  • Includere linee guida applicative per supportare i professionisti nel periodo di transizione

In ambito europeo, dobbiamo spingere per un’armonizzazione che valorizzi le specificità dei diversi contesti costruttivi. La mia esperienza internazionale mi ha insegnato che le norme più efficaci sono quelle che definiscono un linguaggio comune ma non impongono soluzioni uniformi.

Il futuro del settore dipende dalla nostra capacità di trasformare la norma da vincolo a strumento di innovazione. Solo così potremo affrontare le sfide della sostenibilità e della digitalizzazione che caratterizzeranno il prossimo decennio del settore delle costruzioni.


Nota1: RE2020 (Réglementation Environnementale 2020) rappresenta un framework normativo ambizioso che impone rigorosi standard di efficienza energetica e riduzione delle emissioni di carbonio nell'intero ciclo di vita degli edifici, includendo specifiche valutazioni LCA per i materiali da costruzione utilizzati.

Nota 2: Eco-organismi certificati, gestiscono la raccolta e il riciclo dei rifiuti inerti del settore edilizio in Francia, coordinando un sistema di responsabilità estesa del produttore che facilita l'economia circolare e garantisce il finanziamento della filiera attraverso un contributo applicato sui materiali da costruzione.

 

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