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Dissesto idrogeologico: impossibile parlare di sicurezza assoluta, la vera sfida sarà mitigare il rischio con razionalità e pianificazione
06/11/2017
Stefania Alessandrini
Sull’argomento Stefania Alessandrini, Caporedattore di INGENIO ha intervistato Mauro Grassi, esperto della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche.
Secondo Grassi non esiste il rischio zero e occorrerà conviverci. Anche quando verranno realizzati gli interventi rimarrà sempre un rischio residuo che andrà gestito con i cosiddetti interventi non strutturali. La svolta è in atto: si mitiga fin dove possibile il rischio con le opere strutturali programmate in prevenzione e ad esse andranno integrate misure non strutturali.
 
1. L'88,3% dei Comuni italiani è a rischio frane e alluvioni, per la conformità del nostro territorio molte città sono state costruite in zone fragili dal punto di vista idrologico e spesso senza criteri di pianificazione sostenibile. In più ci troviamo in pieno cambiamento climatico, di fronte ad eventi di intensità fuori dal comune. In questa situazione pensa sia davvero possibile mettere in sicurezza un territorio come quello italiano? O si può parlare solo di evitare gli effetti catastrofici?
Quando parliamo di dissesto idrogeologico il termine “messa in sicurezza” può indurre ad equivoco perché la sicurezza assoluta è irrealizzabile. Una mitigazione del rischio razionale e pianificata è invece la sfida da intraprendere. E questo indipendentemente dalle forze politiche che governano il Paese e sempre in stretta condivisione con le Regioni e gli enti locali che hanno responsabilità di governo del territorio e rapporto diretto con i cittadini.
La Struttura di missione della Presidenza del Consiglio #italiasicura è stata voluta dal Governo Renzi per dare un impulso nuovo, forte e in discontinuità col passato alla prevenzione strutturale e per garantire il miglior coordinamento possibile tra lo Stato e le Regioni avviando programmi di mitigazione del dissesto che fossero il più coerenti possibile con i reali fabbisogni del territorio. E’ il nostro lavoro quotidiano che ha dato come concreti risultati il Piano aree metropolitane, l’istituzione di un Fondo di progettazione per superare il vincolo di non poter affidare progettazioni in mancanza di finanziamenti certi, la pubblicazione delle Linee Guida per la programmazione e la progettazione delle opere antidissesto. L'azione strutturale si accompagna alla prevenzione non strutturale che è necessaria per gestire il rischio residuo e che trova il giusto raccordo con attività propriamente di protezione civile come l’allertamento e la comunicazione sui comportamenti corretti da tenere in caso di rischio e anche con azioni private delle comunità locali (autodifesa, assicurazioni, etc).
 
2. Forse sarà più probabile convivere col dissesto idrogeologico. Ma come si può convivere con un problema così grande ? occorre un salto culturale oltre che tecnico ?
Vivere gestendo i rischi è una grande operazione culturale, non solo in questo campo. Si deve convivere con il rischio visto che comunque anche dopo la realizzazione degli interventi rimane un rischio residuo che va gestito con i cosiddetti interventi non strutturali. La svolta è in atto: si mitiga fin dove possibile il rischio con le opere strutturali programmate in prevenzione e ad esse si integrano misure non strutturali tenendo in considerazione anche il miglioramento ambientale e l'integrazione dei fiumi nella vita dei cittadini. Bisogna fare sistema e lavorare tutti insieme, amministrazioni centrali e locali, reti delle professioni, mondo accademico, singoli cittadini per contribuire al raggiungimento delle migliore condizioni di sicurezza possibili.
 
3. Di chi è la responsabilità se in Italia non abbiamo avuto alcuna prevenzione contro il dissesto in passato?  
Non è il nostro compito trovare responsabilità di eventuali mancanze in materia di prevenzione. Comunque è chiaro che la colpa della politica si accompagna a quella delle comunità: prevenire non è un comportamento diffuso e radicato nel Paese. Siamo più abituati a rispondere, anche con capacità e abnegazione, alle emergenze. Il nostro impegno presente è rivolto al futuro per dare piena attuazione ai programmi di prevenzione facendo in modo che questa rimanga oggi e per sempre una priorità per il Paese.
 
4. Con la struttura #italiasicura, per la prima volta, l'Italia ha fatto un salto di qualità e ha incominciato ad investire sulla protezione del territorio e sulla prevenzione anziché concentrarsi sull’intervento in fase di emergenza. Quanti sono i fondi stanziati fino ad ora con il Piano approvato nel 2014?
A fronte del fabbisogno rappresentato dalle Regioni, pari a oltre 28 miliardi di euro sono disponibili risorse pari a circa 7,6 miliardi di euro da investire per i prossimi 6 anni fino al 2023. Fra questi quasi 2 miliardi sono rappresentati da interventi per la tenuta, a monte dei fiumi, delle foreste e del sistema d regimazione idrica della montagna. A questi si sono aggiunti, a partire dal 2014 che è l'anno di istituzione di #italiasicura, circa 2300 milioni non ancora spesi della vecchia programmazione. Quindi un totale, per i prossimi anni, di 9,9 miliardi.
 
5. Di questi quanti ne sono stati utilizzati?
I fondi stanziati per il Piano stralcio per le aree metropolitane con alto livello di popolazione esposta al rischio alluvione ammontano ad oltre 650 milioni di euro. Si tratta di 33 interventi di cui uno solo concluso come da cronoprogramma (intervento di difesa dal mare di Cesenatico). Le risorse già assegnate ai commissari per gli interventi in corso risultano pari a 114 milioni. Sulla vecchia programmazione si registrano spese per circa 795 milioni nei due anni di monitoraggio 2015 e 2016. Ed infine nell'area della forestazione circa 225 milioni e circa 10 milioni in altre voci del piano. In tutto, con una media annuale intorno ai 550 milioni, negli anni 2015 e 2016 il Piano ha registrato un utilizzo pari a 1144 milioni.
 
6. Dopo gli eventi di Livorno dello scorso settembre, tanto per citare gli ultimi, sono scattate numerose polemiche sulla mancata prevenzione, nonostante la presenza di fondi. Quali sono le effettive difficoltà, anche dal punto di vista burocratico, nell’attuazione degli interventi di prevenzione? E quali le possibili soluzioni per superarli?
Sono queste le motivazioni principali per cui si è proceduto ad organizzare la filiera di programmazione e realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico con il decreto legge “Sblocca Italia”, nominando i presidenti di Regioni e Province autonome Commissari di governo per le opere di mitigazione del dissesto. Grazie ai poteri derogatori conferiti è stato e sarà possibile velocizzare visti, pareri, autorizzazioni, nulla osta per la più sollecita realizzazione degli interventi necessari.Però su un punto si deve essere chiari: se il fabbisogno attuale di intervento, che potrà anche crescere, riguarda oltre 9000 opere per oltre 27 miliardi di euro richiesti allo Stato non si può pensare di fare in uno o due anni tutti gli interventi richiesti e in tutto il Paese. Per anni e anni ci saranno interventi da fare che non sono stati ancora programmati, progettati e realizzati. E, nonostante #italiasicura abbia introdotto il metodo di selezione dei progetti con criteri oggettivi, e quindi con priorità legata al reale rischio del luogo, nondimeno è accaduto e potrà accadere che avvenga un evento calamitoso in un luogo che non ha avuto prioritariamente i fondi per l'intervento. Il rischio zero è impossibile da raggiungere e il ritardo storico del paese non si colma in pochi anni. Ecco perché la gestione del rischio con interventi non strutturali è centrale al pari, e forse in qualche luogo anche di più, della prevenzione strutturale.
 
7. C’è chi parla di procedure di selezione dei progettisti troppo lunghe; troppo lunga anche la filiera dei tre livelli di progettazione; troppo fragile il legame cogente imposto dal Codice dei contratti. Cosa pensa in merito?
Tre livelli di progettazione non sono in se' né lunghi né corti. Dipende dal tempo che si "perde" fra una azione e l'altra. Quasi il 60% del tempo che va dalla fattibilità al collaudo si perde in tempi morti fra una fase e l'altra. Quindi i tempi lunghi dipendono da cattiva programmazione, burocrazia inutile e inefficiente, a volte anche imprese non all'altezza, e non dalla lunghezza delle fasi realmente operative. Nel nuovo Codice la progettazione è una fase "centrale" a cui si devono dedicare tempi utili e risorse adeguate. E nella prima fase, il progetto di fattibilità tecnico economica, bisogna davvero sviluppare una seria analisi costi benefici fra le varie alternative fra cui anche quella zero (non fare l'intervento e gestire il rischio con interventi azioni e comportamenti non strutturali). La selezione dei progettisti è troppo lunga? Si tratta di lavorare attraverso gare che possono essere anche contratte nel tempo ma che devono servire a creare, attraverso la scelta dei migliori, un avanzato mercato dei professionisti, meglio se organizzato in team che in solitudine. Magari la formazione di liste prequalificate di professionisti può servire a facilitare la selezione purché valga il principio dell'apertura delle liste e della rotazione degli incarichi.

    

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