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Dar valore al territorio extraurbano per contenere il consumo di suolo
04/02/2016
Maurizio Tira

A cura del CeNSU

Il dibattito sul necessario e improcrastinabile contenimento del consumo di suolo si concentra spesso sui meccanismi numerici e sulle modalità applicative e distributive nella competenza concorrente stato-regioni.

Come sempre, un eccesso di attenzione al dettato normativo, nasconde la realtà del problema o meglio la mancanza di ipotesi di soluzioni. Una parte rilevante del problema, accanto alla indispensabile definizione di meccanismi incentivanti la rigenerazione, è infatti costituita dalla possibilità di conservazione delle funzioni tradizionali dei suoli agricoli e dalla necessaria identificazione di nuove strategie e nuovi valori.
In sostanza, fermare il consumo di suolo agricolo non deve mai determinare l’abbandono dei suoli extraurbani. Anzi si deve innescare la loro valorizzazione, contrastando su di un piano almeno parzialmente confrontabile, il tradizionale plus-valore legato solo alle trasformazioni edilizie. Questi fatti stanno già avvenendo, per esempio nei territori delle colture vitivinicole pregiate.

Lo stato delle conoscenze rispetto alle funzioni, valori e potenzialità d’uso delle aree extraurbane è oggi definito dalla interazione – tanto necessaria quanto poco praticata – fra discipline geografiche, urbanistiche, agronomiche, ecologiche, pedologiche, idrogeologiche ed economiche.



Tuttavia, a livello europeo, la Strategia Tematica sull’uso sostenibile dei suoli (COM(2006) 231) si fonda sulla consapevolezza che le politiche agricole non sono in grado da sole di porre un freno al degrado della risorsa suolo. Il dibattito che ha portato nel 2014 a sospendere l’adozione della proposta di direttiva per la protezione dei suoli (nonostante l’obiettivo di perdita netta di suolo zero sia stato rilanciato nel 7° Programma di Azione Ambientale [1386/2013/EU]) ha chiaramente mostrato come il quadro delle conoscenze e degli obiettivi, necessari per mettere a punto un riferimento normativo condiviso, non possa essere considerato maturo.

I processi di degradazione del suolo riguardano tutta l’UE, anche se variano sensibilmente da uno Stato membro all’altro, in quanto i fenomeni si presentano in forma e in entità diverse. La definizione dello stato dei suoli, con riferimento alle tematiche del climate change, è consolidata a livello europeo dal 2013 (Soil carbon sequestration for climate food security and ecosystem services, JRC); il monitoraggio del consumo di suolo in Italia viene documentato nei rapporti di ISPRA e dell’osservatorio INU-Legambiente; i fenomeni di degrado sono stati magistralmente documentati già nel lontano 1970 dal rapporto della Commissione “De Marchi” (ripreso dalla pubblicazione a cura di Tira e Zazzi, 2011); i siti contaminati di interesse nazionale sono noti e mappati.

Nonostante ciò, per quanto riguarda la situazione italiana, è significativo quanto rilevato da ISPRA nel 2014: “le informazioni attualmente disponibili in Italia mantengono una notevole disomogeneità e gravi lacune informative a livello locale e su alcune regioni. Si assiste, inoltre, ad analisi e interpretazioni dei fenomeni e dei processi territoriali non sempre semplici e coerenti, a causa della presenza di iniziative conoscitive che raramente sono inserite in un quadro unitario a livello nazionale, sia in termini di tecniche di acquisizione, sia per le metodologie di lettura dei dati”.

Diverse e note sono fra l’altro le fenomenologie di “degrado del suolo”:
- forme di abbandono,
- marginalizzazione,
- usi impropri,
- sottoutilizzazioni,
- consumo incontrollato.

Tuttavia, ciò che più preoccupa è il fatto che la definizione dei costi e dei rischi determinati dalla mancata tutela dei suoli è poco consolidata. Il consumo irreversibile (principalmente dovuto all’urbanizzazione), l’erosione, la perdita di sostanza organica, i fenomeni di degrado e contaminazione dei suoli sono ragionevolmente documentati, ma non se ne traggono evidenti conseguenze in termini socio-economici. L’analisi di tali ricadute è solo oggetto di pochi interventi rintracciabili nella letteratura scientifica, raramente comparati con la rendita urbana tradizionale.  

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